Siamo grandi abbastanza per dirci le cose come stanno: se sono il CEO di Twitter, sono liberissimo di bannare Trump da Twitter.

Il dibattito di questi giorni, sulla liceità o meno di quest’azione, è surreale, non per questioni morali, ma perché metodologicamente deviante. Un’aberrazione, nel senso letterale del termine. Perché Twitter è una proprietà. E, se Twitter è mia, me la gestisco io, bannando chiunque e per qualunque ragione mi passi per il cervello. Anche il presidente degli Stati Uniti.

Il punto, attenzione, non è il fatto che Trump sia alla guida, ancora per poco, di una “flawed democracy” piazzata al 25° posto dell’indice dell’Economist, sotto la gran parte delle nazioni europee, sebbene sopra l’Italia. Né che faccia sorridere come, dal nostro Paese, noi vogliamo permetterci di argomentare sulle scelte di un’azienda privata che nasce e opera in un Paese nel quale, se superi uno steccato, puoi prenderti una pallottola in fronte, ma, per i nostri poveri intellettuali, non vederti bruciare un account social.

Il problema è di altra natura. Più profondo e più rabbrividente se tanto Massimo Cacciari (ostile al ban) che Giuliano Ferrara (favorevole) cascano sulla buccia di banana della permanente confusione tra media privati e servizio pubblico. Questa confusione è drammatica perché ha contaminato il sistema giornalistico, quello politico e quello della pubblica amministrazione, che accetta di pagare per le inserzioni su giornali e televisioni, ma ancora non si capacita di come sia necessario mettere il gettone dentro Facebook per ottenere delle visualizzazioni alle proprie Pagine.

Stupisce onestamente ancora di più che nella melassa di questo sghembo dibattito morale ci finisca, a titolo di opinionista, chi pratica la comunicazione politica e istituzionale. Chi usa questi media magari per le campagne elettorali che segue o dichiara di seguire. Un contesto che sembra confermare l’assunto di un pezzo messo insieme da Momentum alla conclusione della corsa di Eugenio Giani a presidente della regione Toscana e la cui tesi di fondo è proprio che i guru della politica lavorano nonostante una scarsa consapevolezza tecnica, ma armati di una buona dose di menzogne.

Del resto, questa è la stessa devianza prospettica che porta a confondere i paid media a tutti gli effetti (Facebook, Instagram, …) con gli owned media, che, se lanciamo uno sguardo laico al panorama dei mezzi di comunicazione, rimangono solamente il ciclostile in bianco e nero stampato in cantina o poco più.

Insomma, noi non possediamo nulla di queste piattaforme. Non abbiamo non dico un profilo, ma neanche un pixel sul quale rivendicare dei diritti di visibilità. E giustamente, visto che come polli abbiamo consegnato loro le nostre identità, loro ne fanno quello che vogliono.