Al mondo ci sono oggi nove continenti.

Calcolo i sei tradizionali, poi quello che, nel racconto dei media, è definito il settimo, cioè la Great Pacific Garbage Patch, l’isola dei rifiuti plastici del Pacifico, e perfino la Zealandia, frutto di una riconsiderazione geografica di terre emerse e sommerse che comprende e separa Nuova Zelanda, Norfolk Island e Nuova Caledonia dal novero tradizionale.

Ecco come arriviamo al nono continente, il più esteso, il più antropizzato, il più popoloso e indiscutibilmente il più potente di tutti per una specie, quella umana, che dipende da quando esiste dall’informazione. 

È il continente costituito dai territori immateriali, ma non solo, che le grandi organizzazioni tecnologiche private hanno costruito attraverso social media e motori di ricerca. Tra queste primeggiano Amazon, Alphabet (che poi è Google, quindi pure Youtube), Facebook, Twitter e ci mettiamo anche Microsoft con Bing (il 6,4% delle ricerche desktop globali non è roba da poco).

La particolarità di questo continente non è solo che, al pari della grande isola di pattume, i suoi confini mutano e si estendono anche in termini fisici, attraverso data center e infrastrutture. La sua autenticità è che ha un numero di abitanti crescente ed è, in potenza, capace di sovrapporsi all’intera popolazione umana con accesso a Internet. Detiene quella che tecnicamente si potrebbe definire una reach potenziale universale.

Nonostante ciò, la politica ha ignorato o finto di ignorare l’ampliamento di questo continente e delle tasche dei suo padroni. Ha creduto o finto di credere (ignoranti o in malafede?), al pari del meno smaliziato degli utenti, che questi servizi fossero un’opportunità pubblica reale, fino a realizzare il sogno metodologicamente deviante di poterli davvero utilizzare, anche in anni recenti, come piattaforme di comunicazione gratuita alla cittadinanza. Questo, con un dispendio di denaro in società e professionisti del social media management del tutto ingiustificato a fronte della reach risibile dei contenuti di pubblico interesse su di una piattaforma come Facebook, che ormai da un pezzo funziona solo a gettoni: devi metterci i soldi, che tu sia una grande azienda privata che vuole vendere prodotto oppure una Regione, che invece mira a condividere opportunità rilevanti per e con i cittadini.

Sono scatenate dalla stessa famiglia di percezioni ingiustificate, però, anche lo stupore, o l’eccitazione, per le scelte recenti di Twitter di bannare un Donald Trump ancora in carica o di far fuori Libero, per abbassare un poco il tiro. Lo stesso discorso vale per la decisione di Amazon di spedire Parler fuori dai server di AWS, al netto dell’imbecillità strategica della destra americana di lasciare, nel 2020, un proprio asset in un’infrastruttura di proprietà di Bezos.

Twitter, Facebook, Amazon e chi più ne ha più ne metta sono aziende che agiscono le proprie scelte in assenza di un corpo giuridico che regoli chi ha diritto o meno di utilizzare i loro servizi, a meno che costui o costei non compia un reato a mezzo della piattaforma stessa. Per questo possiamo tranquillamente dirci che Twitter ha fatto benissimo a silurare Trump: poteva farlo, lo ha fatto. Avrebbe fatto bene anche se avesse eliminato dalle proprie vie l’account di Joe Biden, quello di Barack Obama o di un qualunque altro utente pubblico o privato.

Insomma, la prima cosa da fare è abbandonare la falsa morale della giustizia, del ben fatto, che per tanti commentatori di parte vale solamente finché c’è qualcun altro davanti alla bocca del cannone. 

Come siamo arrivati fino a qui, però, non è un mistero. La risposta dell’insipienza della classe dirigente va sempre bene, ma non basta. Che un esercito sterminato di politici a ogni livello, eletti o meno, abbiano visto in Facebook solamente un’opportunità di comunicare gratis o con poca spesa è perfettamente credibile, ma non sufficiente.

Il cuore del problema è altrove: questo nono continente, che poche plutocrazie armate creano e si spartiscono nel silenzio dei Governi e dei Parlamenti dei primi sei, non ha giocato bene soltanto la propria moneta ufficiale, fatta di impressions e, cioè, di visualizzazioni, con la sottintesa minaccia non scritta di poter regolare i rubinetti della visibilità dell’uno o dell’altro. 

Ha giocato benissimo anche la moneta corrente del resto del mondo, inondando di denaro la politica sotto elezioni e durante il mandato.

Facebook dal 2009 al 2020 ha speso annualmente una cifra crescente di denaro in attività di lobbying, dai 200mila dollari degli inizi ai 16 milioni annui dell’anno scorso. Amazon dai 500mila del Duemila ai 14 milioni di oggi. 

Non solo: l’organizzazione di Jeff Bezos ha un proprio Political Action Committe che nel 2020 ha diviso il proprio contributo equanimemente tra candidati democratici e candidati repubblicani, a botte di 10.000 dollari l’uno (un taglio singolare, che ricorre anche in Italia in questo ultimo anno). C’è anche da dire che questa tradizione di Amazon va avanti dal 2000, quando però ne versava molti meno e soprattutto ai conservatori.

Non solo: gli importi erogati da individui appartenenti alle grandi piattaforme tecnologiche sono egualmente significativi e ben distribuiti.  Gli affiliati di Alphabet (Google) hanno versato più di 27 milioni di dollari in contributi per il ciclo elettorale del 2020, il principale beneficiario Joe Biden, seguito da PAC e comitati democratici. Dalla lista non mancano personalità note della sinistra democratica USA come Bernie Sanders (quasi un milione) ed Elizabeth Warren (circa 700mila). Non bisogna però fermarsi ai nomi dei vincitori decretati di questo giro: sono stati sostenuti economicamente 214 candidati democratici e 100 repubblicani alla House of Representatives, 42 e 35 al Senato. Più sobrio, invece, il giro Amazon, che ha versato circa 11 milioni per le elezioni 2020, dei quali poco più di 2 a Biden. 

La vicenda prosegue e si fa molto più interessante. Molto, perché la natura delle donazioni a candidati e PAC è scivolosa: non provengono dalle grandi organizzazioni direttamente, ma dagli affiliati, e vale quindi forse la pena di rovesciare la prospettiva e infilare il naso direttamente nel portafogli della politica. Anzi, dei politici.

Il nono continente sta sotto i piedi dei potenti anche fuori dai cicli elettorali. E loro, per un motivo o per un altro, si guardano bene dal farlo sprofondare. Basta pensare che Nancy Pelosi, democratica, presidente della Camera dei Rappresentanti, attraverso suo marito ha mezzo milione di dollari investiti in Facebook e perfino un radicale come Ro Khanna, sempre democratico, ben più liberal (attenzione, false friend!) di Bernie Sanders secondo Roll Call, ne ha 80mila qui e altri 130mila in Alphabet Inc. (Google).

Tra insipienza e conflitti d’interesse, abbiamo una sola certezza: il nono continente resterà così com’è. Anzi, crescerà ancora a dismisura spinto tanto dalle regole dell’Extremistan di Taleb, quanto dalle dimensioni odierne che lo rendono a tutti gli effetti, e a differenza di Atlantide, too big to sink.

PS: in tutto questo, una piccola rivincita metodologica di Momentum verso chi, pochissimi anni fa, tremava al cospetto di quella chimera che doveva essere la Bestia di Salvini. Non c’è nessuna Bestia. Non c’è mai stata. Esisteva solo una rete perfettamente orchestrata di propaggini che organizzavano operazioni digitali su Facebook, una piattaforma di proprietà non di Matteo Salvini o della Lega, ma di un miliardario americano. Che poteva, può e potrà fare tutto quello che vuole con la Pagina ufficiale e le decine di Gruppi di sostegno al Capitano, il quale, nel frattempo, non ha costruito e fatto maturare (restiamo anche solo nella Search Engine Optimization: posizionare) alcuna piattaforma proprietaria. Non un sito ben organizzato con tracciamento, raccolta contatti, automation. Presumibilmente non un CRM che, a partire da un database pulito, possa raggiungere utenti reiteratamente e sulla base delle interazioni precedenti. Nulla.