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Quando la comunicazione cambia le regole del gioco

I guru mentono. I numeri no.

Tra febbraio 2020 e il voto di settembre dello stesso anno, Momentum, la società di consulenza per il consenso che ho lanciato nel 2018 con l’aiuto di alcuni colleghi, ha prestato i propri servizi per il candidato presidente della Toscana Eugenio Giani.

Per lui, come unica agenzia specializzata coinvolta e con l’affiancamento del suo staff storico, dell’amico Marco Agnoletti, impegnato sul fronte delle media relations nazionali, e di un gruppo di esponenti del Partito Democratico toscano di grande esperienza, abbiamo lavorato alla strategia generale e visiva, alla pianificazione, al web design e all’advertising digitale su più piattaforme.

Abbiamo descritto la sua campagna elettorale qui, con lo sforzo di mettere da parte una volta per tutte il racconto magico che troppo spesso circola sui media alla fine di ogni campagna elettorale e di entrare, invece, a piedi pari nel contesto, in quello che i numeri ci hanno raccontato dall’inizio alla fine della campagna e nelle scelte tecniche puntuali che abbiamo intrapreso per sostenere la corsa di Eugenio fino alla vittoria.

L’obiettivo? Spazzare via la retorica dei guru, con le loro menzogne, e affermare quella della scienza della consulenza politica, invece.

Il nono continente

Al mondo ci sono oggi nove continenti.

Calcolo i sei tradizionali, poi quello che, nel racconto dei media, è definito il settimo, cioè la Great Pacific Garbage Patch, l’isola dei rifiuti plastici del Pacifico, e perfino la Zealandia, frutto di una riconsiderazione geografica di terre emerse e sommerse che comprende e separa Nuova Zelanda, Norfolk Island e Nuova Caledonia dal novero tradizionale.

Ecco come arriviamo al nono continente, il più esteso, il più antropizzato, il più popoloso e il più potente di tutti per una specie, quella umana, che dipende da quando esiste dall’informazione. 

È il continente costituito dai territori immateriali, ma non solo, che le grandi organizzazioni tecnologiche private hanno costruito attraverso social media e motori di ricerca. Tra queste primeggiano Amazon, Alphabet (che poi è Google, quindi pure Youtube), Facebook, Twitter e ci mettiamo anche Microsoft con Bing (il 6,4% delle ricerche desktop globali non è roba da poco).

La particolarità di questo continente non è solo che, al pari della grande isola di pattume, i suoi confini mutano e si estendono anche in termini fisici, attraverso data center e infrastrutture. La sua unicità è che ha un numero di abitanti crescente ed è, in potenza, capace di sovrapporsi all’intera popolazione umana con accesso a Internet. Detiene quella che tecnicamente si potrebbe definire una reach potenziale universale.

Nonostante ciò, la politica ha finto di ignorare, agli occhi dell’opinione pubblica, l’ampliamento di questo continente e delle tasche dei suo padroni. Ha finto di credere, al pari del meno smaliziato degli utenti, che questi servizi fossero un’opportunità pubblica reale, fino a realizzare il sogno metodologicamente deviante di poterli davvero utilizzare, anche in anni recenti, come piattaforme di comunicazione gratuita alla cittadinanza. Questo, con un dispendio di denaro in società e professionisti del social media management del tutto ingiustificato a fronte della reach risibile dei contenuti di pubblico interesse su di una piattaforma come Facebook, che ormai da un pezzo funziona solo a gettoni: devi metterci i soldi, che tu sia una grande azienda privata che vuole vendere prodotto oppure una Regione, che invece mira a condividere opportunità rilevanti per e con i cittadini.

Sono scatenate dalla stessa famiglia di percezioni ingiustificate, però, anche lo stupore, o l’eccitazione, per le scelte recenti di Twitter di bannare un Donald Trump ancora in carica o di far fuori Libero, per abbassare un poco il tiro. Lo stesso discorso vale per la decisione di Amazon di spedire Parler fuori dai server di AWS, al netto dell’imbecillità strategica della destra americana di lasciare, nel 2020, un proprio asset in un’infrastruttura di proprietà di Bezos.

Twitter, Facebook, Amazon e chi più ne ha più ne metta sono aziende che agiscono le proprie scelte nell’assenza sostanziale di un corpo giuridico che regoli chi ha diritto o meno di utilizzare i loro servizi, a meno che costui o costei non compia un reato a mezzo della piattaforma stessa. Un’assenza di regole voluta, attenzione. Evidentemente voluta e auspicata in un probabile trade-off con il Governo degli Stati Uniti, che potrebbe spazzare via tutte le Big Tech con due leggi molto banali (privacy e antitrust), come ci ricorda Limes, oltre che facendo saltare l’infrastruttura tecnologica sulla quale poggiano (Internet).

Il nono continente, infatti, è una straordinaria piattaforma di monitoraggio nelle vite di miliardi di cittadini fuori dagli USA. Miliardi. Un continente che ha lingue di terra in tutte le parti del pianeta nelle quali è riuscito a estendersi. E che è lasciato libero di vivere e guadagnare nella misura nella quale rispetta un patto non scritto con chi potrebbe farlo saltare.

Per questo possiamo tranquillamente dirci che Twitter ha fatto benissimo a silurare Trump: poteva farlo, lo ha fatto, doveva farlo. Avrebbe fatto bene anche se, in un altro scenario, avesse eliminato dalle proprie vie l’account di Joe Biden, quello di Barack Obama o di un qualunque altro utente pubblico o privato.

Insomma, la prima cosa da fare è abbandonare la falsa morale della giustizia, del ben fatto, che per tanti commentatori di parte vale solamente finché c’è qualcun altro davanti alla bocca del cannone. 

Come siamo arrivati fino a qui non è un mistero e la risposta che indica il vulnus nell’insipienza della classe dirigente va sempre bene, soprattutto se si guarda agli Stati europei, ma non basta. Il cuore del problema è altrove: questo nono continente, che poche plutocrazie armate digitalmente creano e si spartiscono nel silenzio o nell’accordo dei Governi e dei Parlamenti dei primi sei, ha speso bene almeno tre monete:

  1. la propria moneta ufficiale, fatta di impressions e, cioè, di visualizzazioni, con la sottintesa minaccia non scritta di poter regolare i rubinetti della visibilità dell’uno o dell’altro;
  2. la moneta non ufficiale, ma di valore più ingente, e cioè quella geopolitica nei rapporti con il proprio Governo di riferimento;
  3. la moneta corrente, il denaro, del quale ha inondato la politica sotto elezioni e durante il mandato.

Facebook dal 2009 al 2020 ha speso annualmente una cifra crescente di denaro in attività di lobbying, dai 200mila dollari degli inizi ai 16 milioni dell’anno scorso. Amazon dai 500mila del Duemila ai 14 milioni di oggi. 

Non solo: l’organizzazione di Jeff Bezos ha un proprio Political Action Committe che nel 2020 ha diviso il proprio contributo equanimemente tra candidati democratici e candidati repubblicani, a botte di 10.000 dollari l’uno (un taglio singolare, che ricorre anche in Italia in questo ultimo anno). C’è anche da dire che questa tradizione di Amazon va avanti dal 2000, quando però ne versava molti meno e soprattutto ai conservatori.

Aggiungiamo: gli importi erogati da individui appartenenti alle grandi piattaforme tecnologiche sono egualmente significativi e ben distribuiti. Gli affiliati di Alphabet (Google) hanno versato più di 27 milioni di dollari in contributi per il ciclo elettorale del 2020, il principale beneficiario Joe Biden, seguito da PAC e comitati democratici. Dalla lista non mancano personalità note della sinistra democratica USA come Bernie Sanders (quasi un milione) ed Elizabeth Warren (circa 700mila). Non bisogna però fermarsi ai nomi dei vincitori decretati di questo giro: sono stati sostenuti economicamente 214 candidati democratici e 100 repubblicani alla House of Representatives, 42 e 35 al Senato. Più sobrio, invece, il giro Amazon, che ha versato circa 11 milioni per le elezioni 2020, dei quali poco più di 2 a Biden. 

La vicenda prosegue e si fa molto più interessante. Molto, perché la natura delle donazioni a candidati e PAC è scivolosa: non provengono dalle grandi organizzazioni direttamente, ma dagli affiliati, e vale quindi forse la pena di rovesciare la prospettiva e infilare il naso direttamente nel portafogli della politica. Anzi, dei politici.

Il nono continente sta sotto i piedi dei potenti anche fuori dai cicli elettorali. Lui ne rimane schiacciato, ma ne deriva profitto, loro ne sono dipendenti, ma si guardano bene dal farlo affondare. Per ragioni geopolitiche e probabilmente anche personali. Basta pensare che Nancy Pelosi, democratica, presidente della Camera dei Rappresentanti, attraverso suo marito ha mezzo milione di dollari investiti in Facebook e perfino un radicale come Ro Khanna, sempre democratico, ben più liberal (attenzione, false friend!) di Bernie Sanders secondo Roll Call, ne ha 80mila qui e altri 130mila in Alphabet Inc. (Google).

Tra potere vero, insipienza e conflitti d’interesse, abbiamo una sola certezza: il nono continente resterà probabilmente così com’è. Anzi, crescerà ancora a dismisura spinto tanto dalle regole dell’Extremistan di Taleb, quanto dalle dimensioni odierne che lo rendono a tutti gli effetti, e a differenza di Atlantide, too big to sink.

PS: in tutto questo, una piccola rivincita metodologica di Momentum verso chi, pochissimi anni fa, tremava al cospetto di quella chimera che doveva essere la Bestia di Salvini. Non c’è nessuna Bestia. Non c’è mai stata. Esisteva solo una rete perfettamente orchestrata di propaggini che organizzavano operazioni digitali su Facebook, una piattaforma di proprietà non di Matteo Salvini o della Lega, ma di un miliardario americano. Che poteva, può e potrà fare tutto quello che vuole con la Pagina ufficiale e le decine di Gruppi di sostegno al Capitano, il quale, nel frattempo, non ha costruito e fatto maturare (restiamo anche solo nella Search Engine Optimization: posizionare) alcuna piattaforma proprietaria. Non un sito ben organizzato con tracciamento, raccolta contatti, automation. Presumibilmente non un CRM che, a partire da un database pulito, possa raggiungere utenti reiteratamente e sulla base delle interazioni precedenti. Nulla.

Se sono Twitter, banno chi voglio.

Siamo grandi abbastanza per dirci le cose come stanno: se sono il CEO di Twitter, sono liberissimo di bannare Trump da Twitter.

Il dibattito di questi giorni, sulla liceità o meno di quest’azione, è surreale, non per questioni morali, ma perché metodologicamente deviante. Un’aberrazione, nel senso letterale del termine. Perché Twitter è una proprietà. E, se Twitter è mia, me la gestisco io, bannando chiunque e per qualunque ragione mi passi per il cervello. Anche il presidente degli Stati Uniti.

Il punto, attenzione, non è il fatto che Trump sia alla guida, ancora per poco, di una “flawed democracy” piazzata al 25° posto dell’indice dell’Economist, sotto la gran parte delle nazioni europee, sebbene sopra l’Italia. Né che faccia sorridere come, dal nostro Paese, noi vogliamo permetterci di argomentare sulle scelte di un’azienda privata che nasce e opera in un Paese nel quale, se superi uno steccato, puoi prenderti una pallottola in fronte, ma, per i nostri poveri intellettuali, non vederti bruciare un account social.

Il problema è di altra natura. Più profondo e più rabbrividente se tanto Massimo Cacciari (ostile al ban) che Giuliano Ferrara (favorevole) cascano sulla buccia di banana della permanente confusione tra media privati e servizio pubblico. Questa confusione è drammatica perché ha contaminato il sistema giornalistico, quello politico e quello della pubblica amministrazione, che accetta di pagare per le inserzioni su giornali e televisioni, ma ancora non si capacita di come sia necessario mettere il gettone dentro Facebook per ottenere delle visualizzazioni alle proprie Pagine.

Stupisce onestamente ancora di più che nella melassa di questo sghembo dibattito morale ci finisca, a titolo di opinionista, chi pratica la comunicazione politica e istituzionale. Chi usa questi media magari per le campagne elettorali che segue o dichiara di seguire. Un contesto che sembra confermare l’assunto di un pezzo messo insieme da Momentum alla conclusione della corsa di Eugenio Giani a presidente della regione Toscana e la cui tesi di fondo è proprio che i guru della politica lavorano nonostante una scarsa consapevolezza tecnica, ma armati di una buona dose di menzogne.

Del resto, questa è la stessa devianza prospettica che porta a confondere i paid media a tutti gli effetti (Facebook, Instagram, …) con gli owned media, che, se lanciamo uno sguardo laico al panorama dei mezzi di comunicazione, rimangono solamente il ciclostile in bianco e nero stampato in cantina o poco più.

Insomma, noi non possediamo nulla di queste piattaforme. Non abbiamo non dico un profilo, ma neanche un pixel sul quale rivendicare dei diritti di visibilità. E giustamente, visto che come polli abbiamo consegnato loro le nostre identità, loro ne fanno quello che vogliono.

Il Grand Slam di Momentum alle elezioni politiche 2018

3 candidati eletti di 3 schieramenti differenti in 3 regioni differenti. Il primo è Giorgio Silli a Prato.

Abbiamo vinto in Lombardia, in Toscana, in Emilia Romagna. Per il PD, per Forza Italia, per Liberi e Uguali, ma il mio primo pensiero, in questo voto, torna al collegio di Prato, dove ho messo piede la prima volta nel 2009 per la campagna dell’amico Roberto Cenni, candidato sindaco del capoluogo.

Con il centrodestra vincemmo il comune dopo 63 anni. La prima e unica volta. Fu il mio rito d’iniziazione alla carriera di consulente politico e l’avvio di un legame più profondo con quel territorio. Dopo quasi 10 anni sono tornato a Prato, pieno di emozione. Tolta Milano, è la città italiana alla quale sono più legato, da allora. Quella che conosco meglio. Sono tornato questa volta come amministratore d’azienda, per contribuire alla campagna di un altro amico, dal talento politico adamantino: Giorgio Silli, candidato del centrodestra all’uninominale di un collegio che aveva consegnato una fortuna importante a Matteo Renzi nel 2014. 

La squadra Momentum è stata impiegata al gran completo, con l’aiuto straordinario sul territorio di Valentina Del Giudice, Francesca Arena, Simone Spezzano. E abbiamo vinto. In una campagna velocissima, ma di una tale intensità che è impossibile (e che sarebbe ingiusto) riassumere in un post.
Questa è anche la dimostrazione che una consulenza politica di qualità serve a una cosa soltanto: ottimizzare.
Ottimizzare un potenziale esistente che in primo luogo appartiene al candidato (un potenziale enorme, nel caso di Giorgio) e in secondo luogo al contesto.
Se dovessi parlare di un dettaglio tecnico della campagna, tra quelli divulgabili, c’è lo spot da 59″ che, grazie a Francesca, abbiamo potuto cucinare in tempo record e che, oltre ad andare in tv, ha sbancato Facebook con un costo per fruizione irrisorio, segno che online la credibilità del candidato e la qualità del contenuto sono ancora più determinanti che offline.

Nasce Momentum, la società di creazione del consenso data-driven

Consulenza politica e istituzionale, issue advcocacy, fundraising digitale, negative campaigning sono solo alcuni dei servizi dell'agenzia

Dall’esperienza sul campo mia, dell’art director Lorenzo Ravazzini, del digital strategist Fabio Larocca, dell’analista Filippo Annovi e del web designer e front end developer Andrea Patella, nasce Momentum, la prima società italiana di creazione del consenso (e del dissenso) che fonda la sua attività interamente sull’uso sapiente dei dati e delle tecniche e tecnologie di comunicazioni più aggiornate.

Il nostro team di lavoro può vantare oltre 100 campagne di comunicazione sviluppate in decine di anni di esperienza sul campo. Dal recentissimo Grand Slam messo a segno alle elezioni politiche, con ben 3 candidati di forze e regioni differenti eletti in Parlamento, alle esperienze sviluppate nelle campagne di Beppe Sala e Vincenzo De Luca, seguite con altre agenzie, per menzionare solamente gli impegni elettorali più recenti, e nella consulenza per gruppi di rappresentanza come le territoriali di Confindustria.

Il ricorso alla statistica e la padronanza nella creazione del messaggio e nella sua distribuzione su ogni canale rendono oggi la neonata Momentum il soggetto più interessante per qualunque operazione di microtargeting e positive/negative campaigning applicati alla comunicazione di pubblico interesse.

Momentum

Momentum, data-driven consensus builders

Primarie di Parma: una nuova vittoria con Paolo Scarpa

Ormai è chiaro. In 12 mesi riesco a scrivere uno, due post al massimo sul mio sito. Vivo murato di impegni, e questo è un bene. Impegni come le primarie di Parma, che, con quei fenomeni di Lorenzo Ravazzini, Armando Orlando, Filippo Annovi e tanti altri amici straordinari ci siamo portati a casa il 5 marzo assieme a un candidato bomber come Paolo Scarpa (www.paoloscarpasindaco.it).
Per fortuna che, se non scrivo io del nostro lavoro, almeno ci pensano gli amici giornalisti.
Qui la nostra intervista su la Repubblica Parma a poche ore dal risultato, schiacciante, del nostro candidato contro il favorito Dario Costi, candidato sostenuto dal Partito Democratico provinciale, dal senatore Giorgio Pagliari e da altri esponenti regionali, e contro Gentian Alimadhi.

STORIA DI UOMINI E DATI. LA CAMPAGNA DI BEPPE SALA 2016.

Punto di vista dall'interno di una campagna che ha segnato il solco tra passato e futuro della comunicazione politica italiana.

LA SOSTANZA È TUTTO
Agli appassionati degli eventi di massa, delle convention americane. A chi si esalta quando Trump usa i Pokemon per attaccare Hillary. Ai fan delle risposte sbagliate degli avversari a falsi tweet e commenti. A voi, insomma, io lo devo dire: a Milano abbiamo vinto SENZA queste cose. A Milano non abbiamo raccolto attorno a un palco decine di migliaia di elettori e men che meno abbiamo riempito piazza Duomo. Ci siamo limitati a richiamare una base di 1.000/1.200 persone in pochi eventi e ci siamo preoccupati di mobilitare attivisti e simpatizzanti nelle operazioni di terra.
A Milano non abbiamo inventato video virali. Non siamo andati a caccia di like e condivisioni su scala nazionale. Non abbiamo disseminato di tagliole gli account degli avversari. Abbiamo invece rilanciato messaggi visivamente e contenutisticamente ricorrenti, targettizzando e re-targettizzando.
Così, mentre in altre parti d’Italia il centrosinistra incassava colpi più o meno letali, a Milano si conquistava una sudatissima vittoria contro l’uomo al quale Berlusconi ha appena assegnato la rinascita della propria area. Come?
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2015 IAPC World Conference. I’m on my way, Mexico!

On November 12, there will be quite an Origlia in the conference agenda, it seems.

The countdown has officially started.

Tom Edmonds, per intenderci, è stato consulente di Reagan.

Tom Edmonds, per intenderci, è stato consulente di Reagan.

In less than a week now, I will be in Mexico City reporting about the way 2015 Gubernatorial elections have gone, with a bit of an in-depth analysis of the Campania case study (which you can find, in Italian only, here).
If you want to have a look at the Conference agenda, and understand how good I feel for having been invited over to speak, here you go.
I’m on my way, Mexico!

Iapc_Mexico
 

Più Internet, più astensione

Uno studio dell'Imperial College individua una relazione diretta tra modalità di navigazione e affluenza

Chi più naviga, meno vota. Una cosa così.
Questo studio di un docente della Business School dell’Imperial College sembra associare a differenti comportamenti di navigazione, differenti comportamenti elettorali. E fin qui ce lo possiamo aspettare nella misura in cui la dieta mediale si compone inevitabilmente anche di Internet.
A colpire è la correlazione causale fra i due fattori descritta dallo studio: la diffusione della banda larga avrebbe offerto, in particolare alla cosiddetta low class, più intrattenimento. Quindi più distrazione. Quindi meno informazione.
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Cari Sindaci, siete in un mare di guai!

Le Amministrative 2015 ci insegnano che i primi a saltare sono quelli che governano, bene o male, centrodestra o centrosinista

Ognuno ha interpretato il voto 2015 per servire i propri comodi.
Un eccitato centrodestra parla di un grande ritorno, mentre il malinconico centrosinistra tira fuori la serie storica del voto per dimostrare di essere ancora avanti nel numero di comuni amministrati.
Ambo le parti dicono il vero, ma ambo le parti decidono anche di non osservare quegli stessi risultati una volta privati del bias di fazione.
 
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